Andrea Hess
Von unsagbaren Mädchen und Geweben
Andrea Hess und der wundertätige Umgang mit der Kunst
Von Sabina Ghinassi (Übersetzung aus dem Italienischen) :
In einem Essay aus dem Jahr 2010 mit Bildern und Gedanken der Malerin und Philosophin Monica Ferrando, befasst sich Giorgio Agamben mit der Auslegung des Mythos der Kore, dem unsagbaren Mädchen, Tochter der Demeter und von Hades geraubt. Als Dauergast in Leben und Tod, verkörpert sie mädchenhaft und widersprüchlich die Schwelle zu Unterwelt und Himmel. Kore/Persephone besaß, mehr noch als Athene, die besondere Gabe des Webens. Wer hätte besser als sie auf ihren Reisen zwischen der Welt des Lichts und der Welt der Dunkelheit Kette und Schuss der sterblichen Leben neu verknüpfen können? Wer hätte besser als sie, gleich den Nymphen in der Höhle der Odyssee, auf großen steinernen Webstühlen "Feiergewande, mit Purpur gefärbt, ein Wunder zu schauen ", unsere zerbrechlichen und kostbaren Körper und Leben, die Aprilsonne und die Winternacht weben können? Die neueste Werkreihe von Andrea Hess nimmt uns an die Hand und begleitet uns behutsam, beinahe unmerklich, in diese Bereiche. Sie tut dies dank eines fast wundertätigen Umgangs mit der Kunst, der zu ihrem Dasein als „Künstlerin“ gehört. Es hat mit dem Weben zu tun, doch nicht ausschließlich. Denn selbst wenn sie nicht webt, spricht sie dieselbe Sprache, erschafft sie dieselben Körper und flicht dieselben einfachen und tiefgehenden Empfindungen ein: das Ineinandergreifen von Hinweisen, von Erinnerungen, von verborgenen Verbindungen, von Schönheit. Es verknüpft den Körper und die Hinwendung zum Körper, den Habitus Zuhause, in dem wir leben, den Habitus Körper, der uns erlaubt zu sein und zu bleiben, wo wir sind, die Umwelt, in die wir unsere Erfahrungen senken; es sinkt in unseren Blick, in unsere Gefühle, in unsere Unzulänglichkeiten. Mit ihren Geweben durchquert Hess die Welt. Sie rekonstruiert sie wie eine kleine Schöpferin, indem sie von den bescheidensten, einfachsten und scheinbar banalsten Aspekten ausgeht. Sie sammelt, formt und erschafft zarte Metamorphosen mit der schwerelosen Anmut eines Schmetterlings dank eines stets freien Umgangs mit Materialien, und dennoch vollkommen ausgewogen, sorgfältig, unmissverständlich, auf das Wesentliche konzentriert, greifbar, mit sich im Reinen. Es sind Werke, die zu tanzen scheinen. Stoffe, Faden, Gips und Alabaster, eine Ansammlung von dichten und erlesenen Ölfarben, gleich einer poetischen Entflammung, einer Öffnung des Horizonts, einer unerwarteten Weitung des Herzens. Es können nahe und ferne Landschaften sein, Ansichten der Natur im Werden, im Wandel, Nachhall von Erinnerungen, Alltag, der zu etwas anderem wird, ein Memento Mori, Blumen, Stillleben, aufblitzende Bilder, nach einem sonnigen Tag; die Wäsche auf der Leine, die Boote entlang des Kanals, Gassen oder auch Szenen einer Liebesgeschichte, Fotogramm für Fotogramm: kostbare Kameen der Erzählungen, die jedes Leben wenigstens einmal in goldenes Licht tauchen. Für Hess wird jedes Werk zu einer rituellen Handlung, enthüllend und wundertätig, mit beständiger Einweihung in die Geheimnisse und die zerbrechliche Schönheit des Lebens, mit Hingabe an die Tränen und das Lächeln der Tage; eine fortlaufende und unendliche Geschichte, voller Nostalgie und Schönheit, voller Licht und Schatten. Das Gleiten zwischen den Materialien durch eine stets schillernde poetische Verfeinerung begleitet Hess' Weg von Anfang an. Ihre Vergangenheit ist geprägt von einer Ausbildung in Mode und Kostümbild in Deutschland und einem coup de foudre für Mosaik vor vielen Jahren in Ravenna, einer Stadt, die im Laufe der Zeit zu einer Wahlheimat geworden ist, in die man zurückkehrt. Hier erarbeitete sie sich während ihres Studiums an der Accademia di Belle Arti einen noch haptischeren und expressiveren Umgang mit den Materialien und eine Technik, bei der sie weiche Oberflächen mit Zeichnungen, leichten Gravuren und einer stets erlesenen Farbigkeit überzog... leuchtend wie im Märchen. Und schließlich die Rückkehr nach Freiburg, die geliebten Kinder, der Schwarzwald, der mit seinem Grün leise die Straßen und das Werk der Künstlerin umfängt, das weiterhin ausgesprochen sorgfältig und ausgewogen im Zwiegespräch mit dem stets Sichtbaren ist. In ihren Arbeiten übergibt sie das einfache Dasein würdevoll an die Besonderheiten des Lebens; sie webt die Stoffe, erschafft Kette und Schuss, sammelt und erzählt Geschichten, die stets vollkommen und wunderbar unvorhersehbar sind.
Di ragazze indicibili e tessiture
Andrea Birgit Hess e il rituale taumaturgico dell’arte
Di Sabina Ghinassi:
In un saggio del 2010 Giorgio Agamben, accompagnato dalle immagini e dalle riflessioni della pittrice e studiosa Monica Ferrando, affronta l’esegesi del mito di Kore, la ragazza indicibile, figlia di Demetra e rubata da Ade; abitante eterna della vita e della morte, fanciulla ossimoro portatrice di soglie ctonie e celesti. Kore /Persefone aveva come attributo quello di tessere, ancora più di Atena. Chi meglio di lei, in viaggio tra mondo di luce e mondo di tenebre poteva riannodare ordito e trama delle vite mortali? Chi meglio di lei, come le ninfe dell’Antro dell’Odissea, poteva tessere su grandi telai di pietra, “manti purpurei mirabili a vedersi”, i nostri corpi e le nostre vite fragili e preziose, il sole di aprile e la notte invernale? L’ultima serie di lavori di Andrea Birgit Hess ci prende per mano e ci accompagna dolcemente in questi spazi, quasi inconsapevolmente. Lo fa grazie a una sorta di rituale taumaturgico dell’arte che appartiene al suo modo di essere “artista”. Ha che fare, ma non solo, con la tessitura e, anche quando tessitura non è, parla la stessa lingua, costruisce gli stessi corpi, innesta le stesse sensazioni semplici e profonde: il succedersi di rimandi, di ricordi, di connessioni nascoste, di bellezza. È in relazione con il corpo e con l’affezione del corpo, con l’habitus casa in cui viviamo, con l’habitus corpo che ci permette di essere e stare dove siamo, con l’Umwelt nel quale affondiamo le nostre esperienze; affonda nel nostro sguardo, nei nostri sentimenti, nei nostri fallimenti. Con le sue tessiture Hess attraversa il mondo; lo ricostruisce come una piccola demiurga a partire dagli aspetti più umili, semplici e in apparenza banali; raccoglie, cesella e opera attraverso metamorfosi delicate con la grazia leggera di una farfalla, grazie a una relazione con le materie sempre libera eppure perfettamente calibrata, puntuale, esatta, centrata, sensoriale, pacificata. Sono opere che sembrano danzare. Tessuti, filo, gesso e alabastro, aggregazioni di oli densi e preziosi, quasi un’accensione poetica, un’apertura dell’orizzonte, un dilatarsi improvviso del cuore. Possono essere paesaggi, orizzonti, frame di natura in fieri, in trasformazione, riverberi di memorie, quotidianità che si fanno altro, memento mori, fiori, nature morte, flash di immagini che tornano dopo una giornata di sole; i panni appesi a un filo, le barche lungo il canale, calli o anche le immagini di una storia d’amore, fotogramma dopo fotogramma: cammei preziosi delle narrazioni che almeno una volta accendono tutte le vite di purezza dorata. Per Hess ogni opera diventa una pratica rituale, ierofanica e taumaturgica, di iniziazione costante ai misteri e alla bellezza fragile della vita, di consacrazione alle lacrime e ai sorrisi dei giorni; racconto incessante e mai concluso, carico di nostalgia e bellezza, di luce e di ombre. Quello di scivolare tra le materie attraverso un innesto poetico sempre abbagliante accompagna dagli esordi il percorso di Hess. Il suo passato è segnato da una formazione all’Accademia di Moda e Costume in Germania e da un coup de foudre per il mosaico a Ravenna, tanti anni fa, città diventata negli anni un luogo d’affezione, una seconda casa del cuore nella quale tornare. Qui, durante gli studi all’Accademia di Belle Arti, iniziò una relazione ancora più tattile e affettiva con le materie, tramite un gesto che riusciva a costruire relazioni morbide tra le superfici, con graffi, incisioni lievi, carezze e un colore sempre prezioso, luminescente come di racconto fiabesco. E poi il ritorno a Friburgo, i figli amatissimi, la Foresta Nera che abbraccia di verde le strade e il lavoro d’artista, sempre, perfettamente puntuale, equilibrato, in dialogo con un invisibile che è sempre visibile, in silenzio. Nelle sue opere celebra la presenza semplice agli accadimenti della vita; tesse le tele, costruisce ordito e trama, raccoglie e narra storie, sempre perfettamente e dolcemente imprevedibili.
Quando il ‘filo-disegno’ si inoltra in ‘campo aperto’ (tradotto dal tedesco)
Stoccarda dove è nata, Ravenna nella cui Accademia si è formata e Friburgo dove ha consolidato il suo laboratorio, rappresentano le coordinate di quell’itinerario esistenziale e culturale che ha definito la dimensione artistica di Andrea Hess; una triangolazione tra centri di eccellenza a cavallo tra le Alpi, luoghi in cui il patrimonio europeo si è formato e si riconosce attraverso costanti processi di scambio e contaminazione. All’interno di questa relazione si inserisce Padova, città gemellata con Friburgo, rafforzando il legame tra antichi poli universitari, luoghi di studio e ricerca lungo l’intera stagione storica; un rapporto che si consolida attraverso una nuova esposizione di lavori inediti predisposti con mirata attenzione per il Teatro Barco. Un progetto creativo diverso rispetto all’esposizione del 2017 presso San Gaetano, ma ancora capace di svelare quella dimensione riservata entro cui Andrea Hess opera e da cui trae ispirazione per definire una risposta “iconografica”. Nel precedente testo critico, di fronte a una collezione di piccole e preziose sculture, suggerivo la percezione di “riservati teatrini della memoria – frutto della funzione determinante del rammendare e del cucire, quindi di un antico gesto femminile – in cui piccoli frammenti di stoffa servivano da matrici per la riuscita delle singole opere”.
In una linea di continuità ma anche di rinnovamento si colloca un processo creativo capace di dare vita a frammenti “fotografici” del vissuto, estrapolati lungo un percorso aperto persino alla casualità del gesto, del pensiero visivo e del suo soffermarsi su un ricordo riportato all’attualità attraverso l’opera e il suo fruitore. In questo nuovo ciclo entra in gioco quel mezzo meccanico avanzato che ha “premiato” l’antica cultura delle arti femminili: la macchina da cucire, significativamente presente nel patrimonio delle Seconde Avanguardie, accelera ed estende la dimensione espressiva dell’originario cucito e del rammendo. Moltiplica l’azione “performativa” e gestuale di un rocchetto di filo che sembra non esaurirsi mai, prolungando il “racconto disegnato” che il pensiero inesauribile conduce attraverso la mano e la macchina: “I disegni cuciti sono creati in modo associativo partendo da un’immagine interna. C’è un impulso iniziale attorno al quale si sviluppa successivamente il filo. Mi lascio guidare da un insieme di pensieri, musica, ricordi, curiosità, sorpresa e, non ultima, dalla tecnologia stessa. Ed è fondamentale non perdere mai il filo interiore,” racconta Andrea Hess.
Reso indipendente dalle funzioni d’uso domestiche e artigianali e restituito a una funzione esclusivamente estetica, il “filo-disegno” si inoltra in “campo aperto” come un’anarchica “bava di ragno”, tessendo la propria narrazione e incontrando lungo il percorso aree di sosta e deviazioni. L’attraversamento dello spazio non si manifesta nel tempo di una fruizione casuale e/o confusa, ma è capace di intercettare la nostra lettura, quella riconoscibilità che l’arricciarsi del tessuto sembra costantemente in grado di cancellare. Il grumo di materia che il filo produce nel punto di immobilizzazione o restringimento dell’area attraversata, prima di riprendere il cammino verso nuove geografie, suggerisce al collezionista: “…come un film che si vuole materializzare nel suo movimento … con le sue dinamiche e la visibilità limitata della linea risultante, la macchina da cucire mi libera dalla conoscenza delle cose e dal loro ordine appreso … così che, sebbene possano nascere anelli e fili di collegamento, esiste solo UN inizio e UNA fine. Come nella vita reale.” Lenzuola e frammenti di vita reale si incontrano scambiando posizioni e ruoli, mentre le immagini che la nostra percezione insegue, ripercorrendo lo sviluppo del lavoro, si soffermano incredule e incerte, esitano nella definizione di quella riconoscibilità che solo la sensibilità individuale permette di raggiungere … per poi accogliere l’indipendenza dal “disegno” della realtà. di Andrea B. Del Guercio, 2021
“Felice, Nuovo” di Andrea Hess alla Galerie Merkle, 2018
Discorso introduttivo di Birgit Wiesenhütter, 19 gennaio 2018
Il “Felice” e il “Nuovo” dell’artista Andrea Hess è appeso qui alle pareti della Galerie Merkle e ci accoglie all’inizio dell’anno. Questo non significa che le opere diffondano soltanto allegria; significa piuttosto che sono piene di vitalità e atmosfera, capaci di rivolgersi positivamente allo spettatore e di toccarlo. Testimoniano una sensibilità e una profondità sia nella percezione sia nella realizzazione, ma anche un sottile senso dell’umorismo.
L’artista, nata a Stoccarda, vive e lavora a Friburgo in Brisgovia, ma ha trascorso anche lunghi periodi in Italia, studiando scultura a Carrara e Ravenna. Nei titoli di alcune opere risuona ancora il legame con la lingua italiana nato da quell’esperienza.
Che Andrea Hess provenga dalla scultura è assolutamente percepibile e comprensibile nelle sue opere. Questo determina il suo modo di esprimersi artisticamente, senza però significare che tutte le sue opere siano tridimensionali. Qui alla Galerie Merkle presenta oggetti in gesso ma anche disegni a olio. Entrambi i gruppi di lavori nascono attraverso una tecnica individuale sviluppata dall’artista.
I suoi “disegni a olio” prendono forma in più strati. Prima la superficie viene preparata con colori acrilici, poi tutto viene ricoperto con pittura a olio, così che la colorazione originaria non sia più visibile. In questo strato Andrea Hess incide il proprio disegno finché il colore a olio non si è ancora asciugato. Le linee che ne risultano rivelano il colore sottostante. In alcune opere l’artista elabora singole parti con la grafite; talvolta un disegno a grafite si trova anche sotto gli strati di colore.
Il motivo nasce dall’osservazione dello strato d’olio ancora intatto. L’artista lo trae dalla memoria. Sono immagini interiori che non inventa, ma che ha visto. La colorazione sottostante serve da base atmosferica per la scoperta del motivo. Con poche linee porta l’immagine della propria immaginazione sul supporto pittorico. Sebbene il luminoso cromatismo delle sue opere faccia pensare alla pittura, ciò che interessa Andrea Hess è il disegno – la rappresentazione per contorni di un’immaginazione corporea nel bidimensionale. All’accademia in Italia il disegno anatomico faceva parte degli studi. È lì che ha sviluppato la sicurezza con cui oggi utilizza la linea.
Al luminoso cromatismo si contrappone un disegno ridotto, le cui linee delineano e suggeriscono i corpi dicendo al contempo tutto ciò che è necessario. Campiture luminose di colore si oppongono a superfici scure e strutturate. Nelle strutture disegnate il colore torna nuovamente a brillare. È un equilibrio formale – la tensione deve essere giusta. Tutto ciò che è soltanto suggerito basta come informazione e invita lo spettatore a continuare a vedere. Nei disegni di Andrea Hess le sfumature non sono necessarie per creare spazialità. Le bastano la forma e il contorno. Tutto il resto è già contenuto lì.
I disegni a olio di Andrea Hess mostrano persone, gruppi, incontri, come in uno spazio cromatico senza tempo. In strati che si penetrano e si intrecciano, lo spettatore percepisce una calma e un’intimità che rappresentano qualcosa di esistenziale.
Piccoli motivi nelle immagini che risplendono cromaticamente sono stati mascherati dall’artista sullo strato acrilico del fondo prima che venisse applicato sopra tutto lo strato d’olio. Dopo il completamento del disegno e una volta asciugato lo strato d’olio, la mascheratura viene rimossa. Sicuramente un momento emozionante, quando il loro effetto nell’immagine si rende visibile. Questi piccoli attributi risaltano sia cromaticamente sia per la loro planarità; spesso interrompono la serietà di alcune immagini, impedendo che possano apparire pesanti. Corrispondono al motivo disegnato e talvolta lo commentano, come per esempio nell’opera “volare”, dove troviamo una piccola colomba della pace con un ramoscello d’ulivo nel becco.
Un altro gruppo dei suoi disegni a olio è costituito dai cosiddetti “vasi del cielo”. Qui lavora a partire da fotografie. Questi “vasi” del cielo sono silhouette di case e canyon stradali di determinati luoghi. L’artista avvia un gioco di forme positive e negative che per lo spettatore avanzano e arretrano continuamente. Il titolo si riferisce alla parte scura e strutturata del disegno, al “vaso”, ma cromaticamente è la forma bizzarra e nettamente delimitata del cielo a emergere.
Andrea Hess prosegue queste forme del cielo nel tridimensionale come gruppo delle sue opere in gesso. Anche qui la linea svolge un ruolo importante per l’artista. La disegna quasi con la macchina da cucire. Cuce un sacchetto di stoffa che funge da stampo e lo riempie con gesso alabastrino colorato. Dopo l’indurimento e l’asciugatura del gesso, la stoffa viene rimossa; la cucitura resta visibile in rilievo come linea di contorno tagliente e determina la forma vera e propria dell’oggetto. La struttura del tessuto si imprime sulla superficie dell’oggetto. In effetti, la superficie appare spesso come se il tessuto fosse ancora presente. Verrebbe spontaneo toccarla – ma il materiale non perdona. Perciò: si prega di non toccare!
Con la struttura del tessuto scelto, l’artista interviene formalmente. Alcuni titoli riprendono questo aspetto con ironia, per esempio l’opera “Rom feingerippt” (“Roma a coste fini”). Un frammento di cielo sopra Roma appare ora come un oggetto completamente astratto dalla superficie rigata.
Accanto a questi frammenti di cielo nelle loro forme bizzarre vi sono anche altri oggetti murali in gesso. Figurativo e astratto confluiscono fluidamente in queste opere. Alcune forme sembrano completamente prive di figuratività, eppure possono ancora evocare figure. Personalmente ho potuto vedere l’opera “Sterntaler” come una bambina che allarga il vestito per raccogliere stelle solo dopo aver letto il titolo – ma allora con chiarezza. In altre opere, come “Liberty”, la silhouette della Statua della Libertà, che appare anche come piccolo motivo in un disegno a olio, l’origine figurativa è chiaramente riconoscibile. Questi oggetti più figurativi mostrano quanto siamo allenati a interpretare la postura di una figura. Che sia curva o inclinata verso un’altra influenza decisamente il modo in cui viene percepita, il mondo emotivo che ne emerge, ciò che irradia. Andrea Hess tratta queste forme con grande sensibilità. Nell’opera plastica “Evergreen” possiamo riconoscere due teste inclinate l’una verso l’altra, la cui vicinanza senza contatto suggerisce una coppia innamorata. Il titolo “Evergreen” spezza con ironia questa intimità riportandola al banale. Ma l’espressione di tenerezza e umanità rimane.
Andrea Hess ci offre spazi di colore e immagini, forme e corpi pittorici la cui composizione sensibile non ci sopraffà mai, ma crea composizioni dense di tensione, atmosfera e irradiazione. Trasforma le immagini interiori della propria memoria senza pathos in immagini atmosfericamente intense, toccanti e potenti. Sono opere profondamente personali che non mettono nulla a nudo, ma trasmettono in modo diretto mondi emotivi, anzi umanità.
In una conversazione sulle immagini di Andrea Hess con un’anziana signora che per tutta la vita ha lavorato professionalmente con l’arte e continua a farlo, questa disse infine con grande ammirazione nella voce a proposito dell’artista: “Quanto è coraggiosa!” Non posso che associarmi a queste parole.
Birgit Wiesenhütter
Georg-Scholz-Haus. Andrea Hess e Alexander Schönfeld.
Inaugurazione: domenica, 2 aprile 2017.
Introduzione: Dr. Antje Lechleiter©, Freiburg
Signore e Signori,
con Andrea Hess e Alexander Schönfeld sono oggi ospiti qui due artisti provenienti da Freiburg. Prima di questa mostra i due si conoscevano soltanto superficialmente, eppure il titolo “shapes & shades” unisce le loro opere in modo molto appropriato,
ed è stato subito chiaro che avrebbero condiviso diversi ambienti. Questo avviene qui al piano inferiore, al piano superiore nel corridoio e nella sala verde-rossa numero 4.
Andrea Hess è fondamentalmente interessata al tema della linea e alle forme delle silhouette. Nella mostra presenta disegni a olio e oggetti in gesso delle serie “Homeless” e “Himmel”. Le opere esposte in questa sala mostrano come l’artista arrivi a effetti quasi illusionistici attraverso il passaggio tra forme positive e negative. Lavora in molti modi con la capacità trasformativa degli oggetti figurativi. Nel suo atelier ho visto piccoli oggetti fotografici colorati che inizialmente mi apparivano come immagini di belle nature morte di frutta di antichi maestri. Guardando più attentamente, ho scoperto che tra le mele si trovavano anche bottiglie di birra e posacenere sporchi. Andrea Hess mi raccontò di aver trovato questa “natura morta” durante i suoi percorsi in città tra i senzatetto che dormono sotto il ponte Schwabentor di Freiburg. Gli oggetti in gesso qui esposti, creati a partire dal 2014, mostrano ora anche le persone che appartengono a queste tracce lasciate dietro di sé. Li vediamo rannicchiati, abbattuti, accanto ai loro cani e ai loro sacchi a pelo. Il tema generale “homeless”, cioè “senza dimora”, si riflette intensamente nella postura delle figure. Nelle silhouette di queste persone si manifesta tutta la mancanza di speranza e di conforto che la vita in strada comporta.
Andrea Hess, sempre alla ricerca di forme di contorno particolari e di linee arabescate, ha “disegnato” questi oggetti con la macchina da cucire. Inizialmente venne creato un sacco di stoffa che serviva da forma di colata e che fu riempito di gesso pigmentato. Dopo la rimozione del tessuto, la delicata struttura tessile rimase impressa sulla superficie del solfato di calcio e, contemporaneamente, la cucitura del tessuto che definiva la forma circondava l’oggetto indurito come una linea tracciata con precisione in un disegno.
Gli oggetti in gesso mostrano quindi situazioni osservate: due figure sedute l’una di fronte all’altra a un tavolo oppure coppie che si incontrano nell’abbraccio e nella conversazione. Il modo calmo e discreto con cui veniamo qui confrontati con il tema dell’“essere umano” dispiega una forte intensità espressiva. Gli oggetti di Andrea Hess rendono evidente quanta informazione sia contenuta nella postura di una persona. Basta una piccola curva, una bombatura o un’incavatura all’interno della linea di contorno per determinare se percepiamo una persona come vitale e positiva verso la vita oppure come sola e disperata.
Strettamente legati agli oggetti sono i disegni a olio. Anche qui si tratta di trovare e non di inventare. Il punto di partenza sono ancora una volta situazioni viste o vissute in città, piccole nature morte che l’artista ha conservato nella memoria o fissato con la macchina fotografica. La realizzazione avvenne poi nello studio, dove Andrea Hess preparò dapprima una superficie, un palcoscenico — per l’apparizione della linea. Sopra uno strato acrilico dipinse con olio e segnò poi la superficie con grafite, che si amalgamò immediatamente con il colore a olio. Anche qui l’artista procede in modo fortemente processuale, lavorando con materiali reattivi attraverso i quali può nascondere alcune sezioni dell’immagine e portarne altre alla luce.
Nei disegni a olio della serie “Himmelsgefäße”, il firmamento diventa qualcosa di chiaramente delimitato, poiché queste opere mostrano cieli sopra le città. L’artista guardava verso l’alto tra gli stretti spazi urbani e scopriva — a seconda dell’architettura delle strade — formazioni bizzarre, campi di cielo che non avrebbe mai potuto inventare. Con la tecnica mista appena descritta trasferì queste situazioni sulla carta e le montò su Dibond. I cieli ora fluttuano davanti alla parete come oggetti-immagine, e questo tipo di presentazione intensifica il continuo avanzare e arretrare delle forme positive e negative, il passaggio costante tra le case scure e il piccolo frammento di cielo blu. L’esplorazione della relazione tra le singole sezioni dell’immagine portò Andrea Hess a estrarre questi campi di cielo dal loro contesto e a realizzarli tridimensionalmente come oggetti in gesso. Tolti dai loro “recipienti”, questi cieli agiscono ora completamente privi di riferimento figurativo; semplicemente esistono, affascinano per la bellezza del loro contorno e risplendono nello spazio con la loro delicata colorazione — senza voler significare o intendere nulla…
Estratto dall'introduzione in occasione di:
Ludger Lütkehaus: Il ritorno a casa . BBK Baden meridionale. Serie Art + Literature :: 8, inaugurazione al T66 domenica 30 aprile 2017. Introduzione: Dr. Antje Lechleiter©, Friburgo:
Andrea Hess è profondamente interessata al tema della linea e al potere trasformativo delle forme. Dal 2015 crea questi oggetti in gesso, per i quali disegna utilizzando una macchina da cucire. Innanzitutto, realizza una borsa di tessuto che viene poi riempita di gesso colorato. Poiché gli oggetti in gesso sono privi di disegni interni, la nostra attenzione si concentra interamente sulla linea di contorno, rivelando quanto sia cruciale la posa delle figure per la loro espressività. Con "homeless" (senza dimora), Andrea Hess intende lo stato di senzatetto interiore ed esteriore…
Andrea Hess. La creatività dei luoghi protetti.
Sebbene il rapporto di lettura e di fruizione del lavoro di Andrea Hess possa risultare immediato, forse in ragione della riduzione dei termini formali e di una rigorosa selezione degli apparati iconografici, in realtà dietro ad ogni opera, si pone un processo espressivo di estrema sensibilità personale ma anche ricco di valori ed esperienze concettualmente stratificate; ogni tassello, sia plastico che pittorico, che va a costituire la successione e lo sviluppo di questo nuovo Ciclo di opere, rispondendo ad una serie precisa di passaggi che coniugano questioni tecniche con l'attenta decantazione del pensiero e delle emozioni. I risultati rivelano la dimensione di un patrimonio artistico raro e prezioso. Sin dalla prima osservazione, avvenuta direttamente nello studio, delle numerose 'sculturine' in gesso, preservate all'interno di riservati 'teatrini della memoria' e distribuite sulle pareti in attesa del completamento mono-cromatico, ho percepito la necessità di approfondire i termini che sono alla base della redazione per comprenderne l'effettivo valore; ho potuto acquisire in particolare la funzione determinante del rammendare e del cucire, quindi di un antico gesto femminile, piccoli brani di stoffa quali matrici per la riuscita delle singole opere. Seguendo la sagomatura del disegno attraverso la cucitura, sulla falsa riga della realizzazione di piccole bambole di stoffa, Andrea Hess definisce lo spazio che il gesso, allo stato semi liquido avrebbe, asciugandosi rapidamente, occupato costituendo la struttura dell'opera. Questi due semplici e precisi dati definiscono e danno sostanza ad un progetto artistico dedicato al tema della povertà e dell'esclusione; è in base all'esperienza del rammendo e alla natura e cultura del materiale impiegato, acquisiti nel deposito concettuale del fare dell'arte, che la definizione di povertà assume sostanza estetica. La delicatezza e il rigore, la tenerezza e la specificità appaiono i termini di una creatività non descrittiva ma interessata all'essenza esperienziale del territorio di indagine, al clima che avvolge un'umanità presente ma posta sotto silenzio, esclusa dalle relazioni e dal dialogo. Se la comunità dei poveri è il soggetto privilegiato del lavoro di Andrea Hess, questo viene affrontato dall'artista con il valore della metodicità e della ripetibilità appartenente alle arti femminili, e sostenuto grazie ai riferimenti e agli apparati iconografici di una religiosità popolare fatta di reliquiari e di ex- voto. Ogni frammento espressivo di Andrea Hess si pone in questo modo, quale realtà espressiva contemporanea strettamente collegata all'immenso patrimonio della storia dell'arte; ancora più specificatamente l'ambito di riferimento risulta quello delle arti minori in cui confluiscono apporti spesso che nell'anonimato del fare, trovano la verità nelle qualità estetiche.
La dimensione creativa della Hess si arricchisce quando da una cassettiera spuntano in quel primo incontro in studio un'ampia serie di paesaggi dalla preziosa redazione pittorica; si tratta di un secondo indirizzo espressivo che interagisce, sotto forma di riconsegna di un habitat, all'emarginazione della comunità degli homeless. Sul piano installativo si sviluppa un'interessante conseguenzialità cinematografica tra separazione e reinserimento, scollatura e riconsegna di un paesaggio e di una collocazione ambientale che il povero vive. Anche in questo ambito si dovrà sottolineare la sostanza concettuale, che determina l'immagine paesaggistica, spesso riconoscibile nella natura romantica della Foresta Nera sopra Friburgo; non si tratterà di un approccio descrittivo e naturalistico, ma di una funzione estetica con valore morale, quella dell'esclusione e della restituzione del pianeta, inteso come territorio che fornisce un'identità. Significativo in tale ambito espressivo, per contrappunto con la povertà del rammendo e del gesso, la ricchezza qualitativa di una pittura che ha nelle radici preziose della miniatura interessanti riferimenti.
Se nel nucleo delle opere plastiche, il colore monocromo definisce, alla maniera della 'campana' giottesca, la dimensione anatomica, nei paesaggi la policromia trova ampia definizione e ricchezza di impiego; se il ciclo delle 'sculture protette' registra e propone la percezione di una condizione anonima del soggetto umano, in quello della pittura l'osservazione si fa attenta e filologica alle varianti in essa insistentemente dettagliate.
Testo italiano di Andrea Del Guercio in occasione della mostra “Kaleidoskop” 2017 a Padova; traduzione dal tedesco:
La forza creativa degli spazi protetti
Anche se le opere di Andrea Hess possono rivelarsi immediatamente allo sguardo e ai sensi – forse grazie al linguaggio formale ridotto e all’iconografia rigorosamente scelta – dietro ogni opera emerge in realtà un processo espressivo estremamente sensibile, capace di condensare numerosi valori ed esperienze concettualmente stratificate; ogni singolo lavoro plastico o pittorico, nella sequenza e nello sviluppo di questo nuovo ciclo di opere, corrisponde a una serie di passaggi nei quali le questioni tecniche si intrecciano con un’attenta chiarificazione di pensieri e sentimenti. I risultati rivelano la grandezza di una pratica artistica rara e preziosa. Già durante la prima visione in atelier delle numerose “piccole sculture” in gesso, custodite in “piccoli teatri della memoria” e distribuite sulle pareti in attesa della loro veste monocroma, ho avvertito la necessità di definire i contenuti essenziali del lavoro; in particolare ho individuato la funzione decisiva del rattoppare e del cucire, attività da sempre appartenenti alla sfera femminile. Seguendo i contorni del disegno attraverso il cucito, Andrea Hess definisce – sul modello delle piccole bambole di stoffa – lo spazio che il gesso, rapidamente indurente nel suo stato semiliquido, andrà successivamente a occupare, determinando così la struttura dell’opera. Queste due condizioni semplici ed esatte danno forma e sostanza a un progetto artistico dedicato alla privazione e all’esclusione; la definizione della povertà acquisisce significato estetico come concetto di creazione artistica sia attraverso il gesto del rattoppare sia attraverso la natura e il valore del materiale utilizzato. Grazia e rigore, tenerezza e struttura sembrano costituire i contenuti della pratica artistica di Andrea Hess, che non descrive, ma si dedica piuttosto all’esperienza essenziale di questo ambito e a un’umanità esistente, ma ridotta al silenzio. Se il tema privilegiato di Andrea Hess è quello delle persone che vivono nella precarietà, l’artista vi contrappone un approccio metodico e ripetibile, appartenente alle arti femminili, che si serve del richiamo all’iconografia della devozione popolare attraverso reliquiari e immagini votive. Ogni frammento espressivo di Andrea Hess costituisce una realtà espressiva contemporanea strettamente legata all’eredità della storia dell’arte; ancora più specificamente si percepisce un riferimento all’artigianato artistico, la cui produzione spesso anonima genera opere contraddistinte da qualità estetica.
La dimensione creativa di Andrea Hess si è ulteriormente ampliata quando, durante questo primo incontro in atelier, da una cassettiera è emersa un’ampia serie di paesaggi accuratamente composti; questa rappresenta la sua seconda forma di espressione artistica, che reagisce all’isolamento dei senza patria attraverso la restituzione di uno spazio vitale. Anche qui va sottolineato l’approccio concettuale, poiché esso determina l’immagine del paesaggio e spesso si manifesta nell’aspetto romantico della Foresta Nera sopra Friburgo; non si tratta di un approccio descrittivo o naturalistico, ma di una funzione estetica dal valore morale – quella della separazione e della restituzione del pianeta come territorio identitario. In contrasto con la povertà del rattoppare e del materiale gesso, qui risalta la ricchezza qualitativa di una pittura che mostra interessanti affinità con la miniatura.
Mentre l’anatomia delle sculture viene definita attraverso la finitura monocroma, come nella “campana” di Giotto, la policromia dei paesaggi si sviluppa in una definizione ampia; mentre il ciclo delle “sculture protette” registra la concezione di un’anonimità umana, nella pittura si percepisce un’osservazione attenta e delicata di tutte le forme dell’esistenza intensamente descritte al loro interno.